LA PSICOLOGIA DELLA FORMA

La scuola della GESTALT prova che la percezione di una totalità di elementi è la percezione di “una forma” (GESTALT) non riducibile alla somma degli elementi che vi prendono parte. C’è una “visione olistica” della realtà: la coscienza non coglie immediatamente elementi singoli, separati gli uni dagli altri, ma “totalità strutturate” (ad es. osservando una carta geografica, si tende a riunire i tanti elementi in forme significative, in isole o penisole). Che gli elementi del campo percettivo siano strutturati secondo “forme” è confermato anche dalla possibilità di organizzare lo stesso campo come forme differenti, pur restando identici gli elementi che lo costituiscono. Così è per le “figure ambigue” (ad es. si percepisce la stessa figura o come il contorno di un calice o come i profili di due volti, pur essendo le linee le stesse).
Il precursore più diretto della GESTALT fu lo psicologo VON EHRENFELS, che coniò il termine “qualità della forma” (una melodia possiede un’intrinseca unità, una individualità che va al di là della semplice successione o giustapposizione dei suoni di cui è composta). Da questi studi nasce la “psicologia della forma” tesa a individuare “i principi di organizzazione” che regolano la percezione di forme, e cioè come le parti del campo si influenzano e interagiscono dinamicamente. Questa visione si articola e si esprime soprattutto nel:

1. POSTULATO DELL’ISOMORFISMO: vi è una corrispondenza di forme o strutture del mondo fisico con quelle del mondo psichico, secondo un procedimento esplicativo di tipo analogico;

2. LEGGE DELLA FORMAZIONE NON ADDITIVA DELLA TOTALITÀ: il tutto si comprende, se non lo si considera come la risultante di una somma di elementi primitivi, di meri addendi, invece che fattori concorrono a determinarne la struttura o configurazione (“visione olistica”);

3. LEGGE DELLA PREGNANZA (O BUONA FORMA): la pregnanza è un fattore strutturante della percezione, per cui forme ambigue, incomplete o leggermente asimmetriche tendono ad essere percepite come più definite, complete e simmetriche.

Inoltre, nell’ambito della percezione, si evidenzia l’importanza del nesso soggetto-oggetto. Poco dopo l’intuizione di VON EHRENFELS, nel 1912, WERTHEIMER pubblicò uno studio sul movimento apparente (il noto “fenomeno phi”) che si sperimenta vedendo le luci di insegne luminose che sembrano inseguirsi (nella realtà fisica non ci sono luci in movimento, ma solo lampade che si accendono e si spengono una dopo l’altra in rapida sequenza temporale). Da ciò ricavò il principio generale secondo cui nel fenomeno c’è qualcosa di più rispetto a quanto si verifica sul versante degli stimoli: il percepito è un prodotto originario della mente.

Ma la teoria gestaltica non si applica solo alla percezione. KOHLER (1887-1967), mise in evidenza quei fenomeni di improvvisa “ristrutturazione” dei materiali psichici che dà modo di considerarli in una prospettiva nuova, suggerendo, talora, la soluzione di un problema. Tale fenomeno di ristrutturazione, chiamato “insight” (intuizione), è alla base del “pensiero produttivo”, in quanto riesce a produrre una nuova struttura nei dati originari.

Inoltre, LEWIN (1890-1947) applicò in modo originale la gestalt allo studio della personalità umana e delle dinamiche che ne regolano il comportamento. La psiche, con tutti i fattori, non solo cognitivi, ma anche emotivi, e gli oggetti dell’ambiente circostante costituiscono un “campo totale”, entro cui operano molteplici forze che, interagendo l’una con l’altra, producono i bisogni, gli impulsi ad agire, i limiti e le tensioni che caratterizzano la vita psichica nella sua esistenza concreta.

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