IL MODELLO COMPORTAMENTISTA E NEOCOMPORTAMENTISTA

Negli ultimi decenni del XIX secolo, col diffondersi della teoria evoluzionistica e con il consolidarsi della fisiologia, dell’istologia e dell’anatomia comparata, si diffonde, nella ricerca psicologica europea, un atteggiamento sempre più orientato in senso oggettivistico.

II COMPORTAMENTISMO

Tra gli anni ’20 e ’60, la psicologia ridefinì radicalmente il suo oggetto di studio: non più la coscienza coi suoi contenuti privati ed accessibili solo all’introspezione, ma il comportamento umano misurabile e osservabile, per cui il “controllo del comportamento” e la “previsione” erano i suoi nuovi compiti. Il “comportamentismo”, integrando gli studi di fisiologia e l’ipotesi evoluzionistica, si propone come branca puramente oggettiva e sperimentale delle scienze con la pretesa di offrire la via per raggiungere la spiegazione dei fenomeni psichici, a condizione di abbandonare ogni riferimento a concetti o “entità” non suscettibili di verifica sperimentale, ogni richiamo di tipo introspezionistico o mentalistico, e di cercare spiegazioni solo sui materiali effettivamente osservabili e in linea di principio misurabili. Si avvia, così, una psicologia “senz’anima” ove fenomeni psichici complessi come l’emozione, il pensiero e il sentimento sono “ridotti” a condotte implicite allo stimolo.
L’interprete più convinto della nuova prospettiva di ricerca è WATSON (1878-1958), fondatore del behaviorismo americano: nel suo articolo “La psicologia così come la vede il comportamentista” (1913), assegna alla psicologia il compito di studiare le condizioni che determinano il comportamento, e che egli individua all’esterno dell’organismo, più che al suo interno, nelle catene causali di “stimoli e risposte” intese come unità minimali del comportamento: l’indagine si limitata a cogliere il semplice dato fenomenico per ricostruire le catene causali, lasciando fuori il mondo simbolico, intenzionale, mentale, per concentrarsi sull’osservabile, sui dati rilevabili. La mente umana è solo un sistema che fornisce risposte a stimoli provenienti dall’ambiente fisico o dall’organismo vivente. Il comportamentismo si baserà su alcuni assunti fondamentali della ricerca sperimentale:
IL CONDIZIONAMENTO CLASSICO: basato sulla “teoria delle contiguità” relativa allo schema “stimolo-risposta”. PAVLOV osservò che, se a uno stimolo S, che normalmente provoca la risposta R, si associa ripetutamente un altro stimolo S2, che normalmente non produrrebbe la risposta R, allora, a seguito della ripetuta associazione, basta che si verifichi S2 affinché segua la risposta R. Questo è, in generale, lo schema del “condizionamento”: per cui, posto che di solito il cane emette saliva quando gli viene somministrata carne in polvere, il rumore dei passi dell’inserviente da cui abitualmente gli è somministrato il cibo, può bastare, per effetto del condizionamento, a suscitare la salivazione.

LEGGE DELL’EFFETTO E LEGGE DELLA RIPETIZIONE: d’altro lato, studiando il comportamento umano, THORNDIKE (1874-1949) enunciò 2 leggi generali: la “legge dell’effetto” (qualsiasi connessione tra stimolo e risposta risulta consolidata se la risposta è accompagnata da una qualche soddisfazione per il soggetto che l’ha fornita) e la “legge della ripetizione” (a parità di condizioni, una connessione tra stimolo e risposta risulta consolidata se ripetuta).
N.B. Ed è su tali premesse che WATSON spiega l’apprendimento umano come complesso di “abitudini comportamentali” che si instaurano tramite i riflessi condizionati.

II NEOCOMPORTAMENTISMO
Il cosiddetto “neocomportamentismo”, già in sviluppo dagli anni ‘30, attua una parziale revisione delle idee ispiratrici di WATSON: si attribuisce alla mente umana un ruolo più attivo nell’esplorazione dell’ambiente e nell’elaborazione delle conoscenze. La ricerca di TOLMAN (1886-1959) inserisce, nell’interazione tra individuo e ambiente, e quindi nella relazione S-R (stimolo-risposta) l’importanza delle cosiddette “variabili intervenienti”, ossia le “condizioni psicologiche”, le “aspettative”, la “mappa cognitiva”.

IL CONDIZIONAMENTO OPERANTE: introdotto da SKINNER (1904-) consiste nel fatto che i comportamenti possono essere modellati a seguito di particolari eventi gratificanti così da rivelarsi uno strumento potente di apprendimento. Ad esempio (nella “gabbia di SKINNER”) il comportamento dell’animale che, in modo casuale scopre il modo per ottenere il cibo viene, come si dice, “rinforzato” e tende a consolidarsi, rendendo più agevole la scoperta del cibo nelle successive analoghe occasioni. Ciò permette di potenziare la frequenza di quel dato movimento, realizzando così un effettivo apprendimento.
 VYGOTSKIJ (1896-1934) si concentrò sulla psicologia dello sviluppo ritenendo fondamentale l’interazione dell’individuo con l’ambiente storico e culturale in cui vive. Il veicolo principale di tale interazione è il “linguaggio”: nei suoi rapporti con la realtà sociale circostante il bambino assimila dapprima il linguaggio, che gli serve da sostegno all’azione, dato che rafforza con la parola l’azione che sta compiendo; solo in seguito il linguaggio viene interiorizzato e diventa pensiero. Si ritiene, così, che le “funzioni interpsichiche”, relative al rapporto tra diversi soggetti, precedono le “funzioni intrapsichiche”, ossia quelle interne alla mente. Di particolare rilievo sono le sue ricerche sul “gioco”: esso è di fondamentale importanza nello sviluppo poiché è per suo mezzo che il bambino acquista “la funzione simbolica”: nel gioco il bambino usa gli oggetti a sua disposizione per rappresentare altre realtà che sfuggono al suo possesso, come quando un oggetto di uso comune diventa, nella finzione del bambino, un treno o un aeroplano.

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