IL MODELLO COGNITIVISTA

Nel COGNITIVISMO troviamo realizzata una tendenza della cultura filosofica occidentale: una concezione fortemente centrata sulla “rappresentazione simbolica” come funzione centrale del linguaggio e del pensiero e la “coscienza” come centro che coordina l’elaborazione, la codifica e l’immagazzinamento delle informazioni. Per cui, il “comportamento” si spiega in ragione della “conoscenza” fatta di rappresentazioni mentali della realtà, definite in forma simbolica o proposizionale. Scrive NEISSER, nella sua “Psicologia cognitivista” (1967): “Tutto quel che sappiamo della realtà è stato mediato non solo dagli organi di senso, ma da sistemi complessi che interpretano continuamente l’informazione fornita dai sensi”.

Tale indirizzo prende le mosse già dal comportamentismo di TOLMAN che usò concetti come “intenzione”, “aspettativa”, “azione finalizzata”. I suoi topi apprendevano senza rinforzo e l’interpretazione era in termini di “ipotesi”, “rappresentazioni spaziali delle mete”, le cosiddette “mappe cognitive”. Si erano poi avute anticipazioni colla “teoria dell’informazione” di SHANNON e la “linguistica generativa” di CHOMSKY.

Il modello S-R appariva insufficiente a spiegare la complessità dei comportamenti, da dover inserire più variabili intervenienti fra stimolo e risposta. Nel 1960 MILLER, GALANTER e PRIBRAM, tentano di trovare una unità di misura del comportamento che implica la nozione di circuito a feed-back: il funzionamento della mente consiste nell’elaborare informazioni (input) provenienti dall’esterno tramite il sistema percettivo, manipolandole in base a regole che sono per lo più intese come competenze innate e iscritte nel software dell’organismo. Tale elaborazione si struttura come una sequenza di operazioni computazionali seriali che in un tempo definito danno luogo a risposte (output) – a cui ci riferiamo quando parliamo di “pensiero” o di “processi mentali”-, capaci poi di modificare lo stato interno del sistema stesso. Pur non direttamente osservabili, tali processi cognitivi possono tuttavia essere inferiti: la novità è che l’”organismo” (il Sistema Nervoso Centrale) è inteso come un sistema organizzatore-elaboratore di informazioni, e dunque occorre comprendere come queste vengono accolte “in entrata” e poi elaborate.
In tal senso si sviluppa l’”approccio HIP” (HUMAN INFORMATION PROCESSING = elaborazione dell’informazione umana): la mente è dotata di “registri sensoriali” (che selezionano e raccolgono i dati provenienti dall’esterno), di un “magazzino a breve termine” (memoria che ricorda le operazioni in corso di esecuzione e organizza le informazioni appena ricevute) e di un “magazzino a lungo termine” (memoria che trattiene i dati e le strategie destinati al ricordo nei tempi più lunghi). Si arriva così ad assimilare la mente umana a un “computer”. Un approccio criticato negli anni ’80 dalla “PSICOLOGIA ECOLOGICA” di GIBSON, da una parte, e il “CONNESSIONISMO”, dall’altra, che studia i processi cognitivi in termini di “reti neurali” (si assume che l’attività cognitiva si effettui in parallelo invece che in serie, tramite vasti insiemi di nodi interconnessi che possono trovarsi in fase di attivazione o inibizione).

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